dal libro "ROMA ARCHEOLOGICA" II ed., ADN Kronos libri - Roma 2005

GLI ACQUEDOTTI

All'inizio del IV secolo d.C. Roma aveva realizzato le più imponenti opere idrauliche che mai città al mondo abbia mai avuto; e pensare che Strabone asseriva che i Romani avevano considerato tutto ciò che i Greci avevano trascurato, classificando le strade, gli acquedotti e le fogne come le opere pubbliche più straordinarie di Roma quando ancora non erano stati costruiti gli ultimi quattro acquedotti (Claudio, Aniene nuovo, Traiano e Alessandrino) e le grandi terme imperiali. Gli antichi erano ben consapevoli dell'importanza dell'acqua: per la fondazione di una città, Aristotele considerava l'approvvigionamento idrico tanto importante quanto la salubrità del luogo e la facilità delle comunicazioni, mentre Vitruvio affermava che l'acqua, tra tutti gli alimenti, era la più necessaria e pertanto bisognava ricercare e scegliere le sorgenti con la massima cura. 

Dobbiamo le nostre conoscenze sugli acquedotti di Roma, oltre che, naturalmente, alle testimonianze monumentali, soprattutto a Sesto Giulio Frontino (nominato curator aquarum da Nerva nel 97 d.C.), con la sua opera De aquaeductibus urbis Romae, realizzata all'inizio del suo mandato. Frontino ricorda come, prima della conduzione dell'Acqua Appia nel 312 a.C., le uniche risorse idriche dei Romani fossero le acque attinte ex Tiberi aut ex puteis aut ex fontibus

Dal 269 a.C. è già in funzione il primo acquedotto aniense costruito con il bottino della guerra contro Pirro. Dopo la fine delle guerre puniche, con l'incremento demografico e urbanistico della città, l'aqua Appia e l'Anio vetus non sono, evidentemente, più sufficienti e Quinto Marcio Re, nel 144 a.C., fu incaricato dal senato di avviare i lavori che consentiranno alla più celebre delle acque di raggiungere Roma, sempre dall'alta valle dell'Aniene. Egli restaurò anche i due acquedotti precedenti e, con delle diramazioni, condusse sia la Marcia sia l'Anio vetus sul Campidoglio, dove fu eretta una statua in suo onore. 

Il quarto acquedotto repubblicano, l'aqua Tepula, fu costruito nel 125 a.C. utilizzando sorgenti dei Colli Albani, da dove Agrippa nel 33 a.C. allaccerà l'aqua Iulia, unendo, in un unico condotto fino alla piscina limaria, le due acque che raggiungeranno Roma separate e sovrapposte nelle strutture della Marcia. La continua espansione edilizia (soprattutto nel Campo Marzio) e l'inizio della costruzione di grandi impianti termali pubblici indussero Agrippa, nel 19 a.C., alla realizzazione di un nuovo acquedotto, l'aqua Virgo, le cui sorgenti presso Salone, sulla via Collatina, continuano ancora ad alimentare la città, benché le sue acque, decantate da Cassiodoro (...currit aqua Virgo subdelectatione purissima...), siano ora destinate soltanto al funzionamento di alcune fontane monumentali. 

Nel 12 a.C., con la morte di Agrippa che era stato curatore a vita delle opere pubbliche a lui dovute, l'amministrazione degli acquedotti passò direttamente ad Augusto che si interessò personalmente, e a proprie spese, dell'approvvigionamento idrico della città. Tra l'11 e il 4 a.C., con nuovi condotti, potenziò le acque Appia e Marcia e realizzò una diramazione dall'Anio vetus, lo specus Octavianus. Nel 2 a.C. costruì un altro acquedotto, l'aqua Alsietina, per la sua naumachia in Trastevere. 

Nella riorganizzazione dell'amministrazione delle acque, il compito di provvedere alla costruzione e alla manutenzione nonché alla gestione degli acquedotti, che in età repubblicana spettava ai censori, viene affidata ai curatores aquarum, nominati direttamente dall'imperatore senza limiti temporali. Il primo curator aquarum designato da Augusto fu M. Valerius Messalla Corvinus. Sempre con Augusto il percorso degli acquedotti viene segnalato da cippi iugerali che ne indicano il tracciato e il limite della proprietà pubblica. 

Con la costruzione dell'Acquedotto Claudio e dell'Anio novus, terminati da Claudio nel 52 d.C., gli acquedotti aniensi provvederanno al 76,5% dell'intera fornitura idrica della città. Al tempo di Frontino i nove acquedotti complessivamente avevano una portata giornaliera di mc 1.010.257,6 con 247 castelli idraulici di distribuzione. Dall'opera di Frontino sono esclusi l'Acquedotto Traiano costruito nel 109 d.C., poco dopo la sua morte, e naturalmente l'Acquedotto Alessandrino, l'ultimo grande acquedotto romano costruito da Alessandro Severo nel 226 d.C. 

A partire dal III secolo d.C. ci si preoccupa soltanto di mantenere efficienti gli acquedotti esistenti, con interventi di manutenzione e restauro che sono documentati anche nel IV e V secolo d.C., a eccezione dei grandi interventi di Diocleziano e Costantino. 

L'assedio gotico del 537 segnò la decadenza degli acquedotti: dopo tanti secoli furono interrotti, cessando di alimentare d'acqua la città; anche le terme andarono in rovina e in alcune località della campagna romana si formarono ampie zone acquitrinose. Il taglio dell'Acqua Traiana, ripristinata poi completamente da Belisario, ebbe come conseguenza l'interruzione di tutti i mulini di Trastevere. Analoghe riparazioni dovettero avvenire anche per la Claudia e la Vergine. Dopo questa breve parentesi di restauri, che fece funzionare ancora alcuni acquedotti, alla fine del Medioevo resterà certamente efficiente soltanto l'Acquedotto Vergine.

Carmelo Calci