dal libro "ROMA ARCHEOLOGICA" II ed., ADN Kronos libri - Roma 2005

IL CAMPIDOGLIO

L'aspetto morfologico del colle, con i ripidi pendii tufacei che si ergevano sulla pianura acquitrinosa del Velabro, e la sua posizione dominante sul Tevere nel punto in cui il fiume presentava facili approdi, dovettero essere gli aspetti che giocarono un ruolo fondamentale nelle vicende storiche del Campidoglio. Il materiale ceramico riferibile alla tarda età del Bronzo, rinvenuto alle pendici meridionali del colle, nelle terre scaricate per sopraelevare l'area sacra del Foro Boario dedicata al culto della Mater Matuta e della Fortuna, hanno fatto ipotizzare l'esistenza di un villaggio sul Campidoglio. Tale ipotesi sembra essere confermata dalle recenti esplorazioni eseguite nell'area del Giardino Romano all'interno del Palazzo dei Conservatori, che hanno riportato alla luce tracce di un abitato che, in base ai frammenti di ceramica rinvenuti, si può datare dalla media età del Bronzo (XVII-XIV sec. a.C.) fino all'età del Ferro (IX-VIII sec.a.C.).

Le vicende più remote del colle si confondono con il mito. La tradizione letteraria collocava qui la città di Saturnia, fondata dal dio Saturno, o, secondo un'altra versione, un villaggio fondato da Ercole che, come narra Virgilio nell'Eneide, era sbarcato nel Foro Boario per far visita a Evandro, re di Pallanteo, la colonia greca eretta sul Palatino prima che Romolo fondasse Roma. La ricostruzione erudita degli storici riguardo all'insediamento di Saturno trova in parte riscontro nell'antichissimo culto del dio, localizzato alle pendici meridionali del colle, verso il Foro Romano, nella parte terminale del Clivo Capitolino, dove, in età regia, venne eretta l'ara Saturni, successivamente sostituita da un edificio templare, le cui vestigia sono ancora visibili nel punto in cui il Clivo Capitolino si immette nella piazza del Foro presso la Basilica Giulia.

Nel VI sec. a.C., quando secondo la tradizione Servio Tullio divise la città in quattro regioni (Suburana, Esquilina, Collina e Palatina), il Campidoglio venne escluso, quasi fosse considerato al di fuori della città e rivestisse l'aspetto di "acropoli". Successivamente, in età augustea, a seguito della riforma urbanistica e amministrativa della città compiuta nel 7 a.C., il colle venne compreso, insieme con il Foro Romano e i Fori Imperiali, nell'ottava regione, denominata Forum Romanum.

In origine il Campidoglio, unito al Quirinale da una striscia di terreno che venne tagliata dall'imperatore Traiano (107-113 d.C.) per la costruzione del suo Foro, si presentava come una collina di banchi di tufo rosso coperti da depositi argillosi, distinta in due sommità, l'Arx e il Capitolium. La prima, a settentrione, dove oggi sorge la chiesa di S. Maria in Aracoeli, veniva denominata Arx per la funzione di "acropoli" cui venne destinata per la sua inaccessibilità. La sommità sud-occidentale, quella dove sorge il Museo dei Conservatori, era denominata Capitolium, perché, secondo la tradizione letteraria, durante lo scavo del tempio di Giove Ottimo Massimo vi fu rinvenuto un teschio umano (caput) di un certo Olus (caput Oli), fatto che venne interpretato dagli indovini etruschi e romani come un presagio della futura grandezza di Roma. Il nome Capitolium venne usato, per estensione, a individuare il colle Capitolino nella sua interezza oppure per indicare il solo tempio dedicato a Giove, Giunone e Minerva.

Secondo un'altra tradizione il nome più antico dell'altura meridionale era quello di Mons Tarpeius. La denominazione trae origine dall'episodio (narrato da Livio) del tradimento della romana Tarpeia e del padre Spurio Tarpeio che avrebbe aperto le porte della rocca agli invasori Sabini durante la guerra romano-sabina. Dopo la tragica fine di Spurio e della figlia (l'uno gettato dalla rocca, l'altra sepolta sotto gli scudi dei vincitori), il nome rimase a indicare l'estremità più meridionale del colle (rupes Tarpeia): la rupe dalla quale venivano gettati traditori e condannati a morte. Una delle questioni irrisolte della topografia del Campidoglio è proprio l'esatta individuazione di questo luogo, che, secondo alcuni studiosi, va ipotizzata in base alle notizie storiche che la indicavano presso i templi di Giove Capitolino e quello di Fides, in quella parte a sud del Capitolium che è crollata durante i secoli. Le esplorazioni archeologiche nella sottostante area sacra dedicata alla Mater Matuta e alla Fortuna (nota come area sacra di S. Omobono) hanno riportato alla luce una gran quantità di materiale crollato dal colle appartenente a vari edifici. Tra questi una testa femminile relativa forse al tempio di Ops, che le fonti storiche collocavano sul Campidoglio, una statua di Aristogitone, copia del celebre gruppo dei Tirannicidi esposto in Atene, un blocco di muratura in opera cementizia del podio del tempio di Fides (divinità garante dei trattati) e numerosi blocchi di travertino con dediche in greco e in latino a Giove Ottimo Massimo, relativi a doni offerti dagli ambasciatori di vari popoli d'Oriente dal II sec. a.C. in poi. Secondo altri studiosi, la rupe Tarpea sarebbe da individuare nella parte nord-orientale al di sopra del Carcere Tullianum.

Le due vette, l'Arx (circa 48 m s.l.m.) e il Capitolium (circa 45 m s.l.m.), erano separate da una profonda depressione (circa 38 m s.l.m.) denominata inter duos lucos (tra i due boschi) - ora non più apprezzabile perché colmata dalle stratificazioni avvenute nei secoli - che è da localizzare nell'area dell'attuale piazza del Campidoglio. Tale denominazione deriva probabilmente dal fatto che in età antica le due sommità del colle erano ricoperte da boschi. L'insenatura viene indicata nelle fonti letterarie anche con il nome di Asylum facendo riferimento a un episodio della fondazione romulea della città: in questa parte del colle, Romolo creò una zona franca dove accogliere i profughi delle comunità circostanti. Qui secondo altre tradizioni avrebbe fissato la sua dimora ufficiale (Casa Romuli) e avrebbe fondato l'aedes Iovis Feretri (edifici che non sono stati mai rintracciati).

All'Asylum giungeva una strada che proveniva dal Campo Marzio, mentre dal Foro Boario salivano le scale dette Centum gradus, identificate con certezza nella parte occidentale del colle da un frammento della Forma Urbis, la pianta marmorea di Roma di età severiana, l'unico pertinente al Campidoglio. Dalle fonti letterarie si conoscono i nomi di altre scale: le Gemoniae, site presso il Carcere Tullianum, famose per i gemiti dei prigionieri e perché vi si esponevano i corpi dei condannati, i Gradus Monetae, forse la prosecuzione delle Gemoniae che permettevano l'accesso all'Arx. Sembra che l'unica via carrozzabile, percorsa dai carri dei generali vittoriosi a conclusione del loro ingresso trionfante nella città, fosse il Clivo Capitolino. La strada, che andava dal Foro Romano al Campidoglio, forse tracciata già all'epoca dei re Tarquini, venne lastricata in pietra dai censori Q. Fulvio Flacco e A. Postumio Albino nel 174 a.C., come prosecuzione della Sacra Via, per raggiungere il tempio di Giove Capitolino. Non si conosce il percorso del Clivo in tutta la sua estensione. Il ritrovamento, nel secolo scorso, di un tratto di basolato di fronte al tempio di Saturno, ha fatto ipotizzare che la strada da questo tempio, passando dietro il portico degli Dei Consenti, puntasse verso il Tabularium, costeggiandolo, e proseguisse fino al tempio di Giove dopo aver piegato con un'ampia curva a sinistra. Nel 1941, durante i lavori di demolizione per l'isolamento del Campidoglio, nella parte di fronte alla chiesa della Consolazione, venne riportato alla luce un tratto di basolato: questo fece ipotizzare che il Clivo, staccatosi dal tempio di Saturno, salisse con forte pendenza lungo le pendici meridionali del colle. Ancora oggi non conosciamo con certezza il tratto finale del Clivo, dal momento che il crollo di questa parte della rupe, avvenuto in un'età imprecisata, ne ha fatto perdere la memoria. Secondo un'ipotesi il Clivo terminava di fronte al tempio di Giove Capitolino, secondo un'altra presso il lato sud-est del tempio. Dalle fonti storiche sappiamo che lungo il Clivo si aprivano due porte: la Pandana, detta anche Saturnia, e la Stercoraria attraverso la quale passava il corteo delle Vestali che dal Foro Romano si recavano al Tevere a gettare i resti delle cerimonie sacrificali. Non si conosce l'ubicazione precisa di queste porte (alcuni le collocano in comunicazione con i Centum Gradus), mentre si è potuta formulare almeno un'ipotesi di localizzazione per la porta Carmentalis che si apriva verso il Tevere e dava accesso al Campidoglio dal Foro Boario. Il nome sarebbe derivato dalla presenza di un antico luogo di culto (Fanum Carmentae) dedicato alla profetessa Carmenta (secondo la tradizione la madre o la moglie del re Evandro) che probabilmente esisteva ai piedi del colle all'inizio del vicus Iugarius (la strada che dal Tevere arrivava al Foro Romano costeggiando le pendici sud-orientali del colle). Secondo una recente ipotesi, invece, la porta Carmentale dovrebbe essere collocata più in alto alla sommità delle scale dette Centum Gradus. Le fonti inoltre ricordano i nomi di altre due porte: la Fontinalis e la Ratumena, la cui identificazione è dubbia. Tracce di una porta sono state identificate in una struttura in tufo di Grotta Oscura presso l'angolo del Vittoriano e del Museo del Risorgimento, all'inizio della via di San Pietro in Carcere, dove giungeva il Clivus Argentarius. Questi resti sono stati interpretati come uno stipite della porta Fontinalis, da dove aveva inizio la via Flaminia. Secondo altri studiosi la struttura apparterrebbe alla porta Ratumena.

Un altro dubbio, ancora non del tutto risolto, riguarda il percorso delle mura che cingevano il Campidoglio. È probabile che il colle possedesse una cinta fortificata già prima del 390 a.C., quando i Galli Senoni invasero e incendiarono Roma. In quell'occasione i Romani si rifugiarono sul Campidoglio. È noto l'episodio, narrato dallo storico Tito Livio, delle oche sacre a Giunone che svegliarono le sentinelle con i loro schiamazzi, sventando un assalto dei nemici. Tratti di mura in cappellaccio sono stati riportati alla luce durante i lavori per la costruzione del monumento a Vittorio Emanuele e in occasione di lavori sotto la Protomoteca capitolina (sale collocate tra la Tesoreria e il Portico del Vignola). Gli sbancamenti per l'isolamento del colle, eseguiti a partire dal 1929, hanno rimesso in luce, all'inizio della Salita delle Tre Pile, strutture ritenute pertinenti a una torre. Questi resti, che appartenevano probabilmente alle mura del VI sec. a.C., fatte realizzare, secondo quanto riferito dalla tradizione, dal re Servio Tullio, vennero ampliate nel 388 a.C. insieme all'estensione di tutto il circuito nel resto della città, dopo l'invasione gallica.

Appartengono invece all'epoca tardo repubblicana (189 e 78 a.C.) alcuni tratti di sostruzioni, rinvenute in vari punti del colle, erette per contenere il terreno in pendio e per creare terrazze artificiali.

Sull'Arx, nel giardino ai piedi di Santa Maria in Aracoeli, si conservano i resti di un recinto quadrilatero in blocchi di cappellaccio (VI sec. a.C.) relativi probabilmente all'Auguraculum, antico recinto sacro, orientato secondo i punti cardinali, dal quale gli Auguri prendevano gli auspìci osservando il cielo. Sempre sull'Arce la tradizione collocava il tempio di Giunone Moneta, votato da M. Furio Camillo durante la guerra contro gli Aurunci nel 345 a.C. Non si esclude però la presenza di un edificio di culto già in epoca anteriore, con un recinto dove erano ospitate le celebri oche sacre alla dea. Murature arcaiche in blocchi di tufo e reperti fittili del VI sec. a.C. (antefissa in terracotta a testa femminile), appartenenti alla decorazione templare, rinvenuti durante lavori eseguiti tra il 1876 e il 1949 nell'area compresa tra il Palazzo Senatorio, la chiesa e il convento dell'Aracoeli e il Museo del Risorgimento, confermerebbero l'ipotesi di un culto arcaico forse già a quell'epoca dedicato a Giunone. Nell'area si sono rinvenuti anche tratti di una platea in calcestruzzo pertinenti a una delle varie fasi ricostruttive del tempio, tra le quali una di età domizianea.

L'appellativo di Moneta, derivante da moneo (consigliare, ammonire), potrebbe essere collegato alle qualità di ammonitrice-consigliera di Giunone. Sembra che la dea fosse dotata anche di qualità oracolari. Il termine "moneta" passò poi a indicare il denaro a seguito del fatto che, sotto la protezione della dea, fu sistemata la zecca della città nelle vicinanze del tempio a partire dal 269 a.C. Si è formulata l'ipotesi che le monete coniate venissero trasportate nell'Aerarium, posto in un vano del sottoscala del tempio di Saturno nel Foro Romano, passando attraverso la galleria inferiore del Tabularium. Sull'Arce, inoltre, sono ricordati altri templi: quello di Honos et Virtus, costruito presso l'Auguraculum, più basso del previsto per non limitare il campo visivo degli Auguri, e quello di Iuppiter Conservator, piccolo sacello pubblico fatto erigere da Domiziano che, dopo la morte dell'imperatore (96 d.C.), perse il carattere sacro e venne utilizzato per altri scopi. Il sacello è da identificarsi forse con una struttura laterizia, rinvenuta al piano terreno del Museo Capitolino pertinente a un edificio più volte ristrutturato. A una fase del II sec. d.C. appartengono il pavimento a mosaico con doppia fascia nera su fondo bianco e gli affreschi che ornano le pareti con candelabri vegetali stilizzati. Vicino a questo sacello ne esisteva un altro dedicato a Isis e Serapis (secondo un'altra ipotesi quest'ultimo invece sarebbe da identificare con le strutture scoperte nel Museo Capitolino), nel quale, secondo quanto narrano Svetonio e Tacito, si sarebbe rifugiato Domiziano durante gli scontri tra i partigiani di Vitellio e quelli di Vespasiano (68 d.C.), uscendone il mattino dopo travestito da sacerdote isiaco. La posizione precisa dell'edificio è incerta, probabilmente da localizzare nell'area capitolina. Sulla base di un'iscrizione dedicata a Isis Frugifera, un tempo conservata a S. Maria in Aracoeli, si è invece ipotizzato che l'edificio fosse collocato sull'Arce. L'episodio narrato da Svetonio e Tacito si riferisce alla seconda metà del I sec. d.C., ma il santuario doveva essere stato eretto molto tempo prima, ossia in età repubblicana, dal momento che una delle due epigrafi funerarie di un sacerdos Isidis Capitolinae si data ai primi decenni del I sec. a.C.

Nell'angolo nord-est dell'Arce, dove, durante l'Impero, erano state addossate numerose fabbriche a uso prevalentemente abitativo, o, secondo un'altra ipotesi, nell'estremità sud del Capitolium, va localizzato il tempio di Caelestis, dea oracolare protettrice di Cartagine, fatto costruire da Elagabalo (218-222). Oltre a questo culto proveniente dall'Africa è possibile che esistessero sul colle anche uno o più luoghi di culto dedicati a Mitra: l'ipotesi si basa sul ritrovamento nel 1872 di un rilievo con raffigurazioni mitriache nella zona della Salita delle Tre Pile e di un altro con la figura di Cautes scoperto nel Foro di Cesare. Resti di un Mitreo furono rinvenuti nel 1594 sotto Piazza del Campidoglio, presso la scalinata del Vignola.

Per la costruzione del monumento dedicato a Vittorio Emanuele II, durante gli sbancamenti delle propaggini settentrionali dell'Arce e nelle distruzioni indiscriminate delle preesistenze medievali e rinascimentali (ad esempio furono sacrificati il convento della chiesa di S. Maria in Aracoeli e la torre cinquecentesca di Paolo III), andarono irrimediabilmente persi numerosi edifici romani sia di tipo abitativo che cultuale. Tra il materiale recuperato, che poi confluì nel Museo Nazionale Romano, si rinvennero frammenti fittili di età repubblicana pertinenti alla decorazione di un edificio templare, un frammento di statua di offerente prodotta in Egitto tra la fine del IV e il III sec. a.C. (forse la statuetta era conservata nel sacello di Iside che esisteva sull'Arce) e alcune teste di marmo tra le quali quella di Socrate, provenienti da edifici abitativi che sorgevano su questa parte del colle. Più precisamente tali teste si rinvennero lungo via Giulio Romano (la strada che costeggiava il colle nella parte al di sotto della scalinata della chiesa di S. Maria dell'Aracoeli) nel 1892 quando, durante gli scavi, emerse un ambiente pavimentato in mosaico bianco e nero e con murature a cortina laterizia rivestite di affreschi con specchiature a fondo rosso.

Nel 1930, nell'area tra il Palazzo Senatorio e il basamento della statua equestre di Marco Aurelio, durante i lavori per la realizzazione della galleria Lapidaria di congiunzione tra i Palazzi Capitolini, nella valletta dell'Asylum, fu rinvenuta una strada a circa 8 metri sotto il livello dell'attuale piazza. Ai lati si aprivano abitazioni a più livelli di età imperiale (traiano-adrianea) e tabernae. Rovine di edifici analoghi esistono anche sotto la scalinata dell'Aracoeli che vanno a congiungersi a un altro fabbricato di abitazione denominato Insula dell'Aracoeli. Durante l'epoca imperiale furono addossate alle pendici del Campidoglio costruzioni di grande mole, a uso prevalentemente abitativo, ma anche di tipo commerciale, come ad esempio gli Horrea rinvenuti alle pendici sud-orientali lungo il Foro Olitorio (nell'area tra le attuali via del Teatro di Marcello e vico Jugario).

Alle spalle dell'Asylum si erge il Tabularium, sede dell'archivio dello stato romano costruito da Quinto Lutazio Catulo nel 78 a.C., dopo che l'incendio dell'83 a.C. aveva devastato il Campidoglio. L'archivio, dove erano conservati leggi e atti ufficiali incisi su tabulae di bronzo, fu costruito sulle pendici orientali del colle al posto di piccole costruzioni, delle quali si sono rinvenuti resti di pavimentazioni a mosaico risalenti al II sec. a.C. Il nucleo centrale dell'edificio è costituito da vani alternati a muri di sostruzione che costituiscono una possente opera di terrazzamento sulla quale si ergeva l'archivio vero e proprio, inglobato nel Medioevo nelle murature del Palazzo Senatorio. La struttura è realizzata prevalentemente con muratura di opera a sacco rivestita da blocchi di tufo rosso o di pietra gabina e articolata con ampie arcate inquadrate da colonne doriche (se ne conservano soltanto tre delle undici originarie), che costituiscono un grande fondale sul lato settentrionale del Foro Romano. Le arcate danno luce a una galleria che costituiva un collegamento pedonale tra l'Arx e il Capitolium e dava accesso ad altri ambienti sul retro posti verso l'Asylum. Al di sotto corre un'altra galleria più piccola, aperta verso il Foro con grandi finestre, alla quale si accedeva mediante un edificio posto accanto al Tabularium, poi occupato dal Portico degli Dei Consenti. Il lato nord-orientale dell'edificio, era articolato su due piani: quello inferiore presentava ambienti voltati, in parte conservati, che dovevano essere strutturati come tabernae aperte verso l'Arx; quello superiore, nel quale è ricavata l'attuale sala del Carroccio (realizzata nel 1779), era probabilmente articolato in altrettanti vani voltati assai rimaneggiati dagli interventi eseguiti durante il Medioevo e nei secoli successivi. Alcune parti delle antiche strutture,dal Quattrocento fino al 1623 furono adibite a luoghi dove si conservava e si vendeva il sale; successivamente e fino all'Ottocento divennero prigioni.

Lungo la via del Campidoglio l'edificio presentava un muro pieno lungo il quale, durante i recenti restauri, si sono ritrovate nicchie e tramezzature, risalenti al riuso medievale del monumento, che erano state nascoste da un'intercapedine in mattoni innalzata durante i lavori degli anni Trenta. Una ripida scala immetteva dal Foro Romano al Tabularium, il cui accesso venne sbarrato dalla costruzione del tempio di Vespasiano e Tito. Il piano superiore della sostruzione, l'archivio vero e proprio, che si apriva verso la piazza del Foro con arcate scandite da colonne ioniche (frammenti di capitelli e di fusti si conservano ai piedi del colle nel Foro Romano) è stato inglobato dal Palazzo Senatorio e dalla torre di Niccolò V. Sul versante nord-orientale, lungo l'attuale via di S. Pietro in Carcere, durante i lavori quattrocenteschi che portarono all'innalzamento delle due torri, quella di Niccolò V (1451) verso il Foro e quella di Martino V (1427) verso la piazza del Campidoglio, fu murato il prospetto del Tabularium su questo lato. Alla base della facciata del Palazzo si vedono i resti del piano terreno delle tabernae, originariamente a due piani, addossate all'edificio antico il cui fronte era nascosto da un muro in opera quadrata in parte ancora esistente. Tra il muro e le tabernae corre un corridoio di disimpegno: su una piattabanda in tufo è incisa l'iscrizione del collaudo eseguito nel 78 a.C.: [Q. Lu]tatius Q(uinti) f(ilius) Q(uinti) n(epos) C[atulus co(n)s(ul)] [de s]en(atus) sent(entia) faciundu[m coeravit] eidemque [p]rob[avit].

Il lato del Tabularium verso il Capitolium venne condizionato dalla presenza di edifici precedenti che si volevano preservare. All'angolo occidentale fu realizzata una rientranza per rispettare la presenza di un portico, le cui fondazioni sono state rintracciate durante le indagini eseguite negli anni Ottanta, e il tempio di Veiove. Quest'ultimo fu rinvenuto nel 1939 a seguito dei lavori per la galleria di collegamento tra il Palazzo Senatorio e i Palazzi Capitolini. Le strutture rimesse in luce sono pertinenti alla cella, che ha una pianta larga circa il doppio della sua profondità, attribuite all'epoca del Tabularium e con restauri di età flavia (resti di pavimentazioni e di rivestimento murario in marmi colorati e frammenti di stucchi delle volte). Alcuni sondaggi di approfondimento hanno rimesso in luce i resti di una cella con una pianta simile, ma con un orientamento leggermente diverso, che appartiene all'edificio originario risalente al 192 a.C., anno in cui fu dedicato dal console L. Furio Purpurione, dopo la vittoriosa battaglia di Cremona contro i Galli. L'edificio non venne completamente rimesso in luce negli scavi degli anni Trenta perché una parte risultò essere stata inglobata nelle murature medievali e rinascimentali del Palazzo Senatorio (attualmente sono visibili i resti della cella dalla galleria di Sisto IV del Palazzo). Questa circostanza ha preservato il tempio dalla completa spoliazione alla quale furono sottoposti gli altri monumenti del Campidoglio da parte dei cavapietre. Durante le esplorazioni archeologiche si rinvenne infatti la statua di culto. La divinità, raffigurata ad altezza doppia del vero, è nuda, priva della testa ed è rappresentata secondo un'iconografia giovanile. Il dio, di aspetto quasi apollineo, doveva avere come attributi un mazzo di frecce nella mano e una capra accanto (così viene raffigurato in alcune statuine bronzee), che sono andati entrambi persi. Non è chiaro il carattere di questa antica divinità italica, da alcuni identificata con un anti-Giove (la particella "ve" del nome potrebbe indicare il carattere opposto: l'aspetto malvagio o l'aspetto giovanile della più importante divinità dell'Olimpo).

La sommità meridionale del Campidoglio, il Capitolium, attualmente occupata dalla Villa Caffarelli, dal Palazzo dei Conservatori, da uffici comunali e dai giardini del Belvedere Tarpeo, era sovrastata in età antica dall'imponente tempio di Giove Ottimo Massimo, Giunone e Minerva. L'edificio, terminato all'inizio della Repubblica nel 509 a.C. dal console Orazio Pulvillo, era stato iniziato dal re Tarquinio Prisco e proseguito da Tarquinio il Superbo in un'area occupata precedentemente dai sacelli di Mars, Terminus e Iuventus, inglobati all'interno dell'edificio stesso. Il santuario venne eretto su un'ampia platea realizzata livellando il terreno e costituendo una fondazione in blocchi di cappellaccio, alta fino a circa 5 metri. Gli avanzi più cospicui, pertinenti al nucleo centrale, si trovano all'interno del Museo Nuovo Capitolino: un lungo tratto è visibile nel museo nel cosiddetto "passaggio del muro romano", nel giardino Caffarelli. Parte degli angoli sono visibili in via del Tempio di Giove, in via di Monte Tarpeo e nel piazzale Caffarelli. I recenti scavi all'interno del cosiddetto "giardino romano" del Palazzo dei Conservatori hanno riportato alla luce un altro lungo tratto delle fondazioni, già parzialmente viste precedentemente e rinterrate.

Le dimensioni complessive del basamento dovevano essere circa 62,25 metri in lunghezza e 53,50 metri in larghezza. Su questo alto podio il tempio si doveva ergere orientato secondo un asse nord-est/sud-ovest. Un'ampia scalinata di accesso, posta sulla fronte, immetteva alla facciata esastila (con sei colonne disposte su tre file) con profondo pronao. L'edificio a pianta quasi quadrata con le tre celle (di cui quella centrale più larga) era considerato dagli antichi un esempio classico di tempio tuscanico. In realtà le caratteristiche strutturali lo rendevano simile a un tempio periptero di tipo greco.

L'interpretazione di questo basamento come podio è stata messa in discussione in quanto il tempio, realizzato con colonne lignee secondo le descrizioni di Dionigi di Alicarnasso e secondo il canone di Vitruvio del tempio tuscanico, avrebbe avuto un impianto planimentrico e un alzato di straordinarie dimensioni causando non poche difficoltà di carattere statico all'edificio stesso. Si è preferito invece ipotizzare una piattaforma sulla quale sarebbe stato costruito un tempio di dimensioni minori, oltre agli altari e agli altri monumenti sacri inerenti al culto. Non è escluso, comunque, che furono utilizzate colonne di tufo in luogo di quelle lignee per sostenere il tetto. Quest'ultimo probabilmente era a tre falde, ossia privo del timpano posteriore, e decorato con fastosi fastigi fittili analoghi a quelli coevi dei templi di Veio, di S. Omobono e di Pyrgi. Secondo la tradizione gli elementi in terracotta vennero realizzati da artisti etruschi di Veio, tra i quali il celebre Vulca che avrebbe realizzato la grande quadriga di Giove in terracotta collocata come acroterio centrale del tetto. Grandi lastre figurate e dipinte dovevano ornare le travature lignee. Un frammento di tegola di gronda, decorato con un doppio meandro continuo in rosso, nero e bianco, rinvenuto nel 1878 in via di Monte Tarpeo sembra appartenere alla decorazione arcaica dell'edificio. All'interno delle celle erano collocate le statue di culto: al centro quella di Giove, a sinistra quella di Giunone e a destra quella di Minerva. La statua di Giove, opera di Vulca, raffigurava il dio seduto con le insegne tipiche della regalità etrusca (corona, scettro, toga purpurea ecc.) e con un fascio di fulmini in mano. Probabilmente il tempio rimase quasi intatto fino all'83 a.C., quando un violento incendio lo distrusse completamente. Passarono molti anni prima che i lavori di ricostruzione fossero ultimati. Fu inaugurato soltanto nel 69 a.C., con un aspetto altrettanto magnifico: gli autori antichi elogiarono la grandiosità dell'architettura e la ricchezza della decorazione. Sembra che fossero state utilizzate le colonne in marmo pentelico alte 10 metri dell'Olimpieion di Atene e che la quadriga sul tetto fosse stata realizzata in bronzo dorato e la statua di culto di Giove fosse in oro e avorio. Ulteriori lavori di restauro furono eseguiti sotto il regno di Vespasiano (70 d.C.) e di Domiziano (82 d.C.) a seguito di altri incendi.

Davanti alla facciata del tempio di Giove si estendeva l'Area Capitolina, forse chiusa da portici, corrispondente in parte agli attuali giardini del Belvedere Tarpeo, che originariamente era occupata da sacelli, statue, e tempietti. Le fonti letterarie ricordano le statue di Ercole (opera forse di Lisippo), dei Dioscuri, della Lupa che allatta Romolo, dei sette re, di personaggi importanti dello Stato Romano e di imperatori. Intorno al tempio della Triade Capitolina esistevano molti edifici sacri dedicati a varie divinità (Ops, Mens, Venus Ericina, Iuppiter Tonans, Iuppiter Custos) di non facile ubicazione. La collocazione del tempio di Iuppiter Feretrius nell'area in prossimità del Belvedere Tarpeo è stata ipotizzata sulla base del ritrovamento nelle vicinanze di materiale votivo e di frammenti architettonici in terracotta (datati dall'epoca arcaica a quella repubblicana) considerati appartenenti al tempio. Quest'ultimo, secondo quanto narrano le fonti antiche, era stato eretto presso una quercia sacra, dove Romolo aveva posto le armi sottratte in guerra ai vinti. Il deposito votivo venne scoperto negli anni 1925-26 durante i lavori di sistemazione degli uffici capitolini (sotto le sale della Protomoteca e gli uffici comunali della Ragioneria e della Tesoreria) tra via del Campidoglio e via di Monte Tarpeo e conteneva anche materiali del VII sec. a.C. In quest'area e nei pressi del Palazzo dei Conservatori si sono rinvenute altre testimonianze delle fasi più antiche: pozzi di scarico con materiali del VI sec. a.C., pozzi per l'acqua, canalizzazioni e una cisterna con volta a ogiva. Inoltre lungo il Clivus Capitolinus e in via del Campidoglio, sul lato sud-ovest del Tabularium, si sono rinvenute due coppe, di cui una frammentaria, in bucchero, con iscrizioni etrusca della seconda metà del VI sec. a.C..

In via del Tempio di Giove, nel 1896, si rinvennero i resti di un podio in opera cementizia pertinenti a un edificio che si trovava a sinistra della fronte del tempio di Giove che è stato identificato con gli avanzi del tempio di Iuppiter Custos (secondo altre ipotesi si potrebbe trattare dell'Ara gentis Iuliae o del Tensarium).

Durante il Medioevo e il Rinascimento gli edifici romani vennero depredati e distrutti. Già nel 455 i Vandali di Genserico, secondo quanto narra Procopio relativamente alla guerra greco-gotica, asportarono le tegole di bronzo dorato dal tetto del tempio di Giove. Man mano che i monumenti venivano distrutti e interrati, altri erano nascosti dalla costruzione dei nuovi edifici. Per esempio sull'Arx, forse sin dall'VIII sec., sorse un sacello dedicato alla Vergine, primo nucleo di quella che sarebbe divenuta la Chiesa di S. Maria in Aracoeli, sul luogo occupato da culti pagani. La chiesa, originariamente denominata S. Maria in Capitolio, assunse quella che è l'attuale denominazione all'epoca della nuova costruzione che ebbe inizio negli anni tra il 1285-87. I lavori si protrassero nel secolo successivo concludendosi con la realizzazione della grande scalinata, che ancora oggi dà accesso alla chiesa, inagurata nel 1348 dal tribuno Cola di Rienzo. La scala fu costruita sfruttando come sostruzione gli edifici abitativi romani tra i quali una parte dell'Insula detta dell'Aracoeli.

Il Palazzo Senatorio (già fortezza baronale dei Corsi) con le torri di Niccolò V (1451), di Martino V (1427) e di Bonifacio IX (1389-1404) fu costruito sul Tabularium e sul tempio di Veiove; il Palazzo Caffarelli (1576-1610) sul tempio di Giove.

Come elementi puramente decorativi, perché ormai avulsi dal loro contesto furono collocati, sulla balaustra della piazza del Campidoglio, tra il 1581 e il 1590, alcuni monumenti romani: due statue dei figli di Giove, Castore e Polluce (alte quasi 6 metri) provenienti dal tempio dei Dioscuri in Circo Flaminio, che esisteva presso l'attuale piazza delle Cinque Scole; i cosiddetti "Trofei di Mario", due gruppi statuari di età domizianea simboli di vittoria, che decoravano il ninfeo dell'Acqua Claudia e dell'Aniene Nuovo sull'Esquilino (in piazza Vittorio); due colonne miliarie provenienti dalla via Appia; le statue dell'imperatore Costantino e del figlio Costantino II, provenienti dalle Terme di Costantino sul Quirinale, collocate sulla balaustra nel 1653. A completamento del progetto michelangiolesco della piazza, la sistemazione della balaustra venne eseguita alla fine del Cinquecento da Giacomo della Porta. Già nel 1538 Paolo III, dietro suggerimento di Michelangelo, fece trasferire dal Laterano la statua equestre in bronzo dorato di Marco Aurelio (161-180 d.C.) per farla collocare al centro della piazza. Attualmente la statua, tornata in Campidoglio dopo un restauro durato molti anni, è stata sistemata nel cortile dei Musei Capitolini e sostituita sul basamento da una copia molto osteggiata da alcuni studiosi. La collocazione della copia ha ricreato quell'unità monumentale della piazza, così come era stata ideata da Michelangelo, ma che venne completata successivamente da ulteriori lavori: la costruzione del nuovo Palazzo dei Conservatori (realizzato da Giacomo della Porta tra il 1563 e il 1586), la sistemazione del Palazzo Senatorio con il duplice scalone, con la nuova facciata e con la collocazione delle statue dei Fiumi (Tevere e Nilo) e di Minerva trasformata in "Roma trionfante" (lavori eseguiti tra il 1552 e il 1598) e infine con la costruzione del Palazzo Nuovo, iniziato nel 1603 e ultimato alla metà del Seicento. L'edificio, inizialmente utilizzato dal Comune, venne adibito a sede del Museo Capitolino nel 1734 da Clemente XII che acquistò dal cardinale Alessandro Albani la sua collezione archeologica, ricca di sculture egizie, classiche e di arte ellenistica. All'interno del Palazzo dei Conservatori (ampliato con il Museo Nuovo e il Braccio Nuovo realizzati nella parte retrostante rispettivamente nel 1925 e nel 1950-52) furono raccolte le sculture rinvenute soprattutto negli scavi compiuti a Roma dal 1870 in poi, una raccolta di oggetti di epoca arcaica (collezione Castellani), di bronzi, di monumenti di arte cristiana e nel secondo piano la Pinacoteca Capitolina. Quest'ultima, fondata nel 1748 da Benedetto XIV, offre un panorama dell'arte italiana dal XVI al XVIII secolo. Recentemente l'edificio è stato completamente ristrutturato e la collezione archeologica è stata in parte sistemata nella sede della Centrale Montemartini in via Ostiense. La raccolta di antichità del Campidoglio, che può essere considerata la più antica collezione pubblica di carattere archeologico al mondo, ricca di opere di gran pregio, fu donata da Sisto IV al Popolo Romano e si è andata incrementando successivamente fino ai giorni nostri.

Paola Chini