dal libro "ROMA ARCHEOLOGICA" II ed., ADN Kronos libri - Roma 2005

VILLA DEI SETTE BASSI

La villa dei Sette Bassi è tra le maggiori del suburbio romano, anzi la più grande dopo quella dei Quintili sulla via Appia. La vastità delle sue rovine era tale che, nel Settecento, le si credevano quelle di una città e per questo la località prese allora il nome che porta ancora oggi di Roma Vecchia.

Il luogo è identificato anche con il nome di Lucrezia Romana, per l'attribuzione che ebbe, dalla voce popolare, di essere questa Collatia e la casa della moglie di L. Tarquinio Collatino.

Un toponimo che sembra rimasto proprio dall'età antica è quello di Sette Bassi, già documentato nell'alto Medioevo e che sembra possa derivare da Settimio Basso, prefetto dell'epoca di Settimio Severo, probabile possessore della grande villa. La gran parte della villa fu comunque costruita al tempo di Antonino Pio della cui età è appunto un magnifico esempio di architettura privata e un modello di tecnica costruttiva. Era ancora ben abitata all'inizio del IV secolo, al cui tempo ebbe migliorie e restauri, e mantenuta nel V e nel VI secolo.

La villa si compone, nella sua parte residenziale, di tre corpi edilizi, tra loro contigui, che furono eretti in tre fasi diverse che si susseguirono l'una all'altra così rapidamente da costituire quasi un unico progetto.

Nelle sue linee essenziali questo si presenta con tre corpi di fabbrica distinti, ciascuno a perimetro rettangolare, che si allineano tra di loro in diagonale, unendosi agli spigoli su una stessa linea che va da est a ovest. Si completavano con giardini di cui uno, più importante, era compreso entro l'angolo nord-orientale formato dai due primi edifici e sul quale era l'ingresso principale; vi era poi un vasto parco a sud-ovest di forma rettangolare, sul quale si affacciavano tutti gli edifici; il parco era chiuso sul lato corto nord-occidentale dal terzo edificio e, sull'angolo contiguo, un eguale spazio era delimitato dagli altri due.

Il primo edificio, quello più orientale, sorto agli inizi del regno di Antonino Pio, costituì una villa a carattere tradizionale, quasi quadrata, di m 50 di lato, e con un vasto peristilio-giardino sul lato nord-ovest, anch'esso quadro e di circa m 45 di lato. Questo edificio si mostra tradizionalmente chiuso verso il mondo esterno, senza finestre se non quelle che prospettano, al suo interno, le corti. In questo ambito mostra una pianta compatta, divisa in vari appartamenti. Il secondo edificio si sviluppò dietro gli ambienti che limitano il lato sud-occidentale del peristilio-giardino nel quale furono inglobati verso il 140-150 d.C.. Esso sviluppa, pertanto, la stessa lunghezza di m 45 per circa 25, ampliandosi anche sull'angolo meridionale con una grande rotonda panoramica. È dunque un edificio che non segue necessità pratiche, ma solo esigenze di lusso, con sale da cerimonia e fastosi cubicoli.

I primi due edifici, a questo punto, vengono a occupare un'area rettangolare di circa m 95 x 45 che, divisa sugli assi in quattro parti, presenta negli opposti quadranti dell'est e dell'ovest, uniti sullo spigolo centrale, i due fabbricati, mentre due giardini occupavano gli altri due opposti quadranti: la lunghezza complessiva di questo rettangolo risulta pari alla larghezza del sottostante parco o ippodromo-giardino, sul cui lato corto fa da sfondo il terzo edificio.

Quest'ultimo fu eretto alla fine del regno di Antonino Pio, è il maggiore e il più fastoso, essendo sorto unicamente allo scopo di soddisfare esigenze di lusso, con aule termali e grandi sale da diporto.

Riguardo al parco, esso è di forma circa rettangolare di m 95 x 327, terrazzato sui lati e cinto da portici scanditi da esedre. Come si usava nella moda edilizia del tempo, doveva sistemarsi come un magnifico giardino, avere al centro uno specchio d'acqua (simile, cioè, al Pecile di Villa Adriana) e servire anche per esercitazioni ginniche ed equestri (come il giardino-ippodromo della Villa dei Quintili sull'Appia o lo stadio di Domiziano accanto alla Domus Augustana sul Palatino). Altri gruppi di rovine affiancano la villa da vicino, completandone l'immagine nel suo contesto storico e topografico.

A nord-ovest della villa, da dove è l'attuale casale colonico fino all'Osteria del Curato sulla Tuscolana e a est fino alla linea della metropolitana, si disponevano, a formare una vasta borgata, più gruppi di abitazioni, molte cisterne, forse più templi, vasti magazzini che certo in gran parte, ma non tutti necessariamente, venivano a costituire la pars rustica del fondo tenuto dalla villa: il luogo cioè dove abitava la popolazione rurale e si svolgevano l'amministrazione e la conduzione agricola. Di questo vasto insieme resta poco di visibile sul terreno che è ancora da scavare, per quanto alcune singole costruzioni vi appaiono ancora veramente notevoli. Fa spicco, isolato nel campo a nord-est della villa, un piccolo tempio ben conservato, rettangolare e a murature laterizie, riferibile alla fine del II secolo d.C. Manca solo la facciata e la copertura, che era con volta a botte all'interno e a doppio spiovente al di sopra. L'interno mostra un'abside rettangolare di fondo, ove era la statua della divinità e le pareti presentano, su entrambi i lati, una doppia serie di finestrelle per l'illuminazione, che naturalmente si vedono, a feritoia, anche all'esterno. Altre rovine sono presso l'Osteria del Curato: per esempio i resti di una cisterna a due piani e, interrati, i resti di un vasto edificio con molte stanze, forse gli horrea (magazzini).

La casa colonica moderna sorge sopra i resti di una grande cisterna rettangolare, in opera mista di tufelli e laterizio, rafforzata esternamente da speroni e riferibile alla seconda metà del II sec. d.C. A sud-est se ne conserva un'altra, questa ben visibile, pure rettangolare, ma tutta in laterizio, ornata all'esterno da una serie di nicchie. Il suo interno è diviso in due scomparti e presenta una scala in muratura da cui si scendeva per le normali opere di manutenzione e di pulizia. La cisterna, che si data alla fine del II secolo d.C., era rifornita da un lungo acquedotto, che qui corre su di una lunga serie di basse arcate verso sud diramandosi dall'acquedotto di Claudio dove questo incrocia l'attuale via delle Capannelle.

Un gruppo di rovine che esiste più a sud, sul percorso proprio dell'antica via Latina, costituisce una dipendenza della Villa dei Sette Bassi, una specie di avancorpo sulla strada. Esso si poneva sull'angolo nord-ovest dell'incrocio che la via Latina faceva con quella strada contigua alla villa, proveniente da Ponte Mammolo e diretta a Frattocchie. L'edificio è a perimetro rettangolare e aveva l'ingresso su entrambe le vie. Si divideva all'interno in due parti, una più ampia verso la via Latina, l'altra dietro a questa. Partendo dalla strada principale e seguendo il suo asse centrale, dopo un vestibolo oggi scomparso, ma segnato dalla traccia di una porta, si passa a una grande sala ben conservata nelle pareti laterali, con pianta a croce greca e absidata sul lato sinistro. La sala era un tempo coperta da una volta a crociera, mentre i bracci erano coperti con volta a botte. Attorno a questa sala si dispongono altri ambienti. Si passa poi alla parte posteriore dell'edificio che si presenta come un atrio con impluvio centrale e una sala absidata di contro. Le stanze laterali sono disposte simmetricamente. Discosti da questo fabbricato, un poco a sud-ovest, si alzano anche i notevoli ruderi di una fila di stanze che si disponevano parallelamente alla via Latina. Queste costruzioni sono in opera mista di tufelli e laterizi e si riferiscono pure a età antonina.

Roberto Egidi